La magica “camera delle meraviglie” nel cuore di Palermo

di Alberto Samonà

C’è un luogo nel cuore di Palermo, in cui il tempo sembra essersi fermato. È qui, in via Porta di Castro, che la stanza da Mille e una notte racconta, muta, una storia fatta di simboli e rituali magici. A pochi passi dal popolare mercato di Ballarò, sorge questa misteriosa camera che sta facendo discutere mezza Europa. Decorata con sfarzosi arabeschi, ben celati sotto diversi strati di intonaco, fanno bene coloro che l’hanno visitata ad averla ribattezzata «Camera delle meraviglie».

Sia pure di ignota provenienza, i suoi colori e i motivi decorativi e simbolici ne rivelano, e al contempo ne rinserrano, il segreto.

La casa-tempio di un occultista

La stanza blu, datata diciannovesimo secolo, si dice sia stata un tempio, al cui interno venivano compiuti riti magico-esoterici e di carattere massonico. Nessun collegamento diretto con la millenaria presenza araba in Sicilia, ma di certo colui che la volle non era estraneo alle dottrine iniziatiche dell’Islam e nemmeno alla numerologia e all’astrologia. È da rilevare, peraltro, come riferimenti misterici fossero spesso richiamati anche nei motivi decorativi esotici di certe case nobiliari palermitane del Settecento e Ottocento.

E dunque, questa stanza, sufficientemente appartata perché celata in un comune palazzo, secondo le più recenti ricostruzioni dei ricercatori dell’Università di Bonn, avrebbe ospitato un tempio, un luogo sacro, nel quale il suo proprietario, quasi certamente un mago o un occultista, si sarebbe dato a riti iniziatici ai quali a pochissimi era consentito accedervi, in un mix fra massoneria ed esoterismo di provenienza medio-orientale.

Antico splendore grazie ai restauri

I padroni di casa, Giuseppe Cadili e Valeria Giarrusso, spiegano inoltre, come l’affresco originario, riportato alla luce dal restauratore Franco Fazzio, abbia resistito ai secoli e agli strati di intonaco successivo, come se il primo proprietario, adoperando un pigmento resistente agli agenti, avesse voluto rendere quest’opera immortale e consegnarla ai posteri.

stanza blu2

Dunque, la stanza non avrebbe avuto la mera funzione di «appagare» gli scopi del proprietario che la volle realizzare, ma anche una funzione che andasse al di là del tempo contingente e fosse destinata a «durare», forse per indicare un percorso anche ai posteri. O forse perché la gloria ad Allah, che nelle pareti appare evidenziata, non fosse soggetta agli agenti del tempo.

Un quartiere ricco di storia

L’ipotesi che la «Camera delle meraviglie» fosse un tempio esoterico, accreditata dagli studiosi dell’Università di Bonn, è una tesi condivisibile. Non appare una mera coincidenza, peraltro, nemmeno l’ubicazione di questa misteriosa stanza, che si trova a poche decine di metri dalla casa in cui nel 1743 nacque Giuseppe Balsamo, passato alla storia come il leggendario Conte di Cagliostro, mago pure lui, alchimista, massone e figura controversa, che viaggiò fra Egitto, Grecia e corti europee, introducendo nel Vecchio Continente rituali di provenienza egizia e orientale. E non può sembrare un caso che sempre a Ballarò, a 50 metri dalla stanza dai decori arabi sorga un altro luogo-simbolo: quel Palazzo Conte Federico, il cui salone principale, nella seconda metà dell’800, era il tempio massonico dove Giuseppe Garibaldi fu insignito della carica di Gran Maestro, ricevendo proprio al suo interno il 33° grado del «Rito Scozzese Antico e Accettato».

Insomma, la stanza blu sorgerebbe nel bel mezzo di un triangolo magico-simbolico: una zona, in cui ancora oggi l’esoterismo si respira, visto che in una piazzetta poco distante è attualmente ospitata la sede palermitana del Grande Oriente d’Italia, la più antica organizzazione massonica italiana.

La spiritualità dell’Islam “sufi”

E così, in un complesso quadro simbolico fatto di lettere arabe, decorazioni esotiche e misteriosi rituali, ecco che il significato della camera prende forma: le scritte più grandi rappresentano due «tughre», sigilli dei sultani con valore di talismani per proteggere il luogo, si ipotizza, da energie negative. Le tughe, in effetti, hanno la funzione di sigilli e rappresentano uno degli esempi più interessanti di calligrafia araba. Eppure, la tughra non può essere considerata come un semplice «timbro». La complessità e l’armonia della forma rimanda direttamente alla circolarità del Divino e non è un caso che proprio l’arte calligrafica religiosa e la stessa scrittura dei Versetti del Corano si siano, non di rado, presentare proprio con lo stile calligrafico della tughra.

RumiIl ricorrere, poi, nelle decorazioni della medesima vocale, potrebbe avere un valore magico, ma anche il significato che alla ripetizione viene dato dalla tradizione mistica islamica. Questo, infatti, potrebbe essere bene associato al cosiddetto Dhikr, ovvero la pratica del «richiamo», della «rammentazione», della «menzione», della «pronuncia», dell’invocazione dei Santi Nomi di Dio, Allah, praticata da tutti i veri musulmani. Pratica che fa della ripetizione il proprio carattere distintivo. Il riferimento a questa pratica del «ricordo» è, peraltro, dello stesso Profeta: «[…] Coloro che credono che rasserenano i cuori al Ricordo di Allah. In verità i cuori si rasserenano al Ricordo di Allah». (1)

«Analogamente al corpo – come ricorda Luiz Maio Ruiz, noto studioso di Islam e Sufismo – , lo Spirito per “camminare” ha bisogno di essere alimentato ogni giorno. Il nutrimento dello Spirito è il dhikr, termine che si può tradurre con “richiamo”, poiché esso significa contemporaneamente invocazione e ricordo, ma implica pure il concetto di ripetizione. Ripetizione di che cosa? Delle “formule” iniziatiche – ovvero gli awrād (plurale di wird) che i Maestri insegnano ed assegnano ai “viaggiatori” – e, soprattutto, del Nome Divino. Tali formule vengono tradotte genericamente con il termine di “preghiere”: in realtà sono dei veri e propri riti: senza le “preghiere” non c’è Tarīqah (= Via, Sentiero, spirituale)». (2)

Il senso della ripetizione, della perseveranza, così come per l’Esicasmo in ambito cristiano, è ancora richiamato dalla Parola del Libro: «E persevera insieme con coloro che invocano il loro Signore al mattino e alla sera, desiderando il Suo Volto. Non vadano oltre loro i tuoi occhi, in cerca degli agi di questa vita. Non dar retta a colui il cui cuore abbiamo reso indifferente al Ricordo di Noi, che si abbandona alle sue passioni ed è oltraggioso nel suo agire». (3)

Il proprietario che volle fosse realizzata la stanza blu, dunque, fu anche conoscitore del sufismo, la via più interiore dell’Islam, e infatti, il collegamento fra talismani, scienza dei numeri e sacralizzazione degli spazi è proprio anche di questa corrente spirituale. E non deve sorprendere un simile legame, poiché come abbiamo avuto in passato modo di sottolineare la via spirituale islamica è eminentemente una via iniziatica, accessibile a pochi, ma non perché esclusiva o segreta in senso letterale, bensì perché pochi conservano realmente nel cuore un «desiderio» di pervenire allo scopo della vera iniziazione, ovvero «l’approssimarsi alla Realtà divina, fino a fondersi con essa». Lo stato di purezza (safà) lo si consegue attraverso la strada, che è aperta a tutti. Non tutti, però, la seguiranno. Il segreto, infatti, si rinserra da sé e non ha bisogno di puntuali guardiani. Chi cerca troverà, gli altri, molti, non troveranno, poiché non cercano.

«Il Sufismo (“Taşawwūf” in arabo) – ricorda ancora Luiz Maio Ruiz – è infatti la Via Iniziatica che continua la Tradizione religiosa dei grandi Santi e Maestri musulmani – qualcuno vissuto anche in Spagna ed in Sicilia (alla corte di Federico II) – e che si propone il “risveglio spirituale” – per chi ovviamente desidera la ricerca delle realtà ultime del Creato, la scoperta del vero significato della nostra vita, la “realizzazione” metafisica dell’essere umano – e poi la conquista degli stati superiori dell’Essere» (4)

Il sufi non possiede già la verità, ma è «povero» in spirito, perché ha come unico scopo quello di cercare la verità ed approssimarsi ad essa. E questa è rappresentata dal Divino. Esattamente come l’iniziato occidentale, il massone, che non ha in sé le risposte, ma si pone le necessarie domande non possiede la conoscenza assoluta, ma ha lo scopo di edificare il proprio tempio interiore a maggior gloria del Disegno Geometrico Universale.

Luogo di preghiera e meditazione

Un importante riferimento «occulto» è rappresentato dal mantello del derviscio, il Kherqe, che simbolizza la natura divina e i suoi attributi, poiché «è tessuto con l’ago della devozione e con il filo del ricordo permanente», condizioni che implicano uno sforzo di attenzione verso il proprio centro interiore. A ben vedere, il mantello spirituale dell’iniziato islamico ha una somiglianza non indifferente con il simbolo del grembiule massonico, che protegge l’operaio dalle schegge che il lavoro sulla pietra potrebbe far scaturire. Il mantello è anche simbolo di meditazione e di concentrazione in se stessi.

stanza bluL’attitudine alla concentrazione, quale condizione preliminare per la preghiera e per la meditazione conferisce alla “camera delle meraviglie” un ulteriore carattere non soltanto simbolico, magico e massonico, ma anche quale luogo sacro di preghiera. E in più, sulle quattro pareti della «Camera delle meraviglie» risulta preponderante il numero sette, a suggellarne ancor di più il significato numerologico-esoterico e quello della ripetizione.

  • Corano XXIX, 45
  • Luis Maio Ruiz, Dhikr e meditazione, in “Non solo anima tv”, 2008
  • Corano XVIII, 28
  • Luis Maio Ruiz, Ibidem, 2008


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