Salina la verde, tra seni di Venere e Nettare degli Dei

Oggi la meta del nostro viaggio è Salina, chiamata “la verde” perché è l’unica delle sette sorelle eoliane ad avere avuto il prezioso dono dell’acqua dolce e, di conseguenza, una rigogliosa vegetazione di felci, pini, castagni, querce, ginestre e mirti, eccezionale per un' isola vulcanica

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* Oggi la meta del nostro viaggio è Salina, chiamata “la verde” perché è l’unica delle sette sorelle eoliane ad avere avuto il prezioso dono dell’acqua dolce e, di conseguenza, una rigogliosa vegetazione di felci, pini, castagni, querce, ginestre e mirti, eccezionale per un’ isola vulcanica.

Il suo nome greco Dìdyme, “doppia”, è legato a “Monte Fossa delle Felci” e “Monte dei Porri”, due coni vulcanici gemelli, separati dall’altopiano di Valdichiesa, che, secondo un’interpretazione mitica, sarebbero i seni di una dormiente Venere. Quello attuale, invece, lo avrebbe ricevuto dai Romani, per un laghetto costiero adibito a salina.

Ma è arrivato il tempo di iniziare la nostra passeggiata alla scoperta di luoghi e suggestioni. La nostra prima tappa è Rinella, uno dei due porti principali dell’isola assieme a Santa Marina, che vi colpirà per la sua piccola spiaggia nera come la pece che, in certi giorni, potrebbe apparirvi rosa. Magia? No, soltanto il fenomeno degli “sconcassi” che, provocando la moria di una miriade di gamberetti, asfissiati da gas submarini, le regala questo colore. Sempre a Rinella vi è “Prà Venezia”, una baia raggiungibile a piedi sulla cui sommità si trova un anfiteatro a picco sul mare, con tramonti mozzafiato.

E, se per caso, vi trovaste qui nel mese di agosto, potreste essere coinvolti da “ntinna a mari”, un gioco che vede sfidarsi gli abitanti, tra tuffi e grandi risate, nel recupero di una bandierina posta all’estremità di un lungo tronco, reso scivoloso da grasso e olio. Tra i due “seni di Venere”, come abbiamo già accennato, si adagia morbidamente Valdichiesa, un piccolo borgo con il “Santuario della Madonna del Terzito”, la cui prima cappella, risalente al V secolo, sarebbe stata edificata da un monaco eremita che vi avrebbe dipinto anche un’immagine della Vergine. Sul perché si chiami “del Terzito” ci viene in aiuto il termine spagnolo “tersillo” che indica il terzo rintocco della campana, quello che, probabilmente, scandiva i tempi della preghiera in epoca antica e che nel 1622 venne udito da alcuni boscaioli che, dopo secoli di abbandono e disuso del santuario, decisero di costruire, sui resti della cappella del V secolo, la nuova chiesa in onore della Madonna.

Altra tappa è Malfa, il comune più popolato dell’isola, che avrebbe ereditato il nome da un gruppo di amalfitani che nel XII secolo su incentivo dei regnanti Normanni, che concedevano parecchi benefici a chi avesse ripopolato queste terre, vi si trasferirono.

Immancabile è l’esplorazione di Pollara, il paesino marinaro con la Baia omonima e le sue “Balate”, raggiungibili attraverso una ripida scalinata che attraversa la casa rosa del “Postino”, chiamata così per l’omonimo film. E, magia delle magie, vi ritroverete a fare il bagno in un preistorico cratere sommerso, di cui sono ancora visibili i resti plasmati dal fuoco, dal vento e dal mare.

Ma la verde Salina è nota, soprattutto, per essere la patria del Malvasia, un delicato vino dolce che Luigi Salvatore d’Austria così descriveva: “Si tratta di un vino meraviglioso al quale è attribuita, tra l’altro, la vigoria degli abitanti delle Isole Eolie e secondo una diffusa credenza possiede anche un eccezionale potere curativo “. Il recupero del marchio D.O.C. della Malvasia di Salina, definito nell’antichità “nettare degli dèi”, si deve a Carlo Hauner, artista bresciano di origini boeme, che scoperta l’isola ne 1963, vi si stabilì nel 1970, creando un’azienda agricola di cui, alla sua morte avvenuta nel 1996, hanno continuano a occuparsi gli eredi. Un ultimo consiglio, non lasciate Salina senza aver mangiato il suo ‘pane cunzato’, “condito” con melanzane arrostiste, ricotta salata, cucunci, “i fiori di cappero”, e peperoncino.

Buon viaggio, con l’augurio di pranzare e libare in lieti calici.

 

*Articolo tratto da Blog Notes



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